Per tutto lo scorso anno abbiamo visto stagnare le principali economie del mondo, mentre com’è noto i mercati finanziari sono andati benissimo, lasciando crescere una pericolosa divaricazione tra economia reale ed economia “di carta” che ha alimentato due bolle speculative che oggi rischiano di esplodere come è accaduto nel 2008: quella della sopravvalutazione delle valutazioni aziendali implicite nei corsi espressi dalle borse e quella dell’eccessivo ribasso dei tassi d’interesse che ha portato troppo in alto il valore dei derivati e quello dei corsi obbligazionari. Questa divaricazione preoccupa economisti, investitori e gestori del risparmio sino a far presagire loro un intervento delle stesse autorità monetarie affinché essa non crei nuovi terremoti sui mercati quando dovesse ridimensionarsi.

Tuttavia non è semplice sgonfiare i mercati evitando di vanificare buona parte degli sforzi fatti per sostenere la capitalizzazione del sistema bancario occidentale e turbare profondamente gli attuali delicati equilibri raggiunti. Nessuno lo vuole davvero, insomma, tuttavia restano vive le preoccupazioni e si teme che la situazione possa nutrire gli appetiti di qualche “animal spirit” della speculazione internazionale,che volesse provare a cavalcare il ribasso delle borse e la fragilità dei mercati dei titoli pubblici con la quasi-compiacenza delle banche centrali, così come è già successo sul mercato petrolifero con la benedizione del principale Paese produttore di greggio. Nel prosieguo del 2015 perciò il lungo idillio creatosi tra mercati finanziari e banchieri centrali rischia seriamente di infrangersi, a causa di possibili shock esogeni che troverebbero un sostrato di timori e diffidenze degli investitori, soprattutto quelli di lungo termine come i fondi pensione ed assicurativi, da tempo in imbarazzo a continuare a scommettere sugli attuali livelli dei corsi. Come si vedrà poco oltre, tali scossoni non sono tuttavia così probabili bensì solamente possibili, anche perché numerosi fenomeni temuti potrebbero non arrivare affatto (il rialzo dei tassi americani, la risalita dei corsi del petrolio, l’arresto della crescita economica internazionale, il default di stato di alcuni Paesi deboli, eccetera). Comunque vadano le cose tuttavia, per una molteplicità di fattori il 2015,
almeno per la sua prima parte, sarà probabilmente ricordato come l’anno degli investimenti in Dollari. Fuori degli Stati Uniti d’America infatti si aggirano infatti conflitti bellici e instabilità politica, deflazione, il timore del crollo delle materie prime e infine la guerra tra le valute, prime fra tutte quelle che sono deliberatamente spinte al ribasso dalle banche centrali degli stessi Paesi emittenti, per aumentarne la competitività all’export. Tutto questo potrebbe non favorire forse la crescita economica mondiale ma per
l’intanto pone sotto una surreale luce dorata il giardino dell’eden dei mercati a stelle e strisce, relativamente immuni da molti dei problemi che affliggono il resto del globo. Ottima ragione per comprare biglietti verdi ma anche e soprattutto titoli del tesoro americano, che offrono rendimenti decenti o quantomeno “non negativi” e sono troppo liquidi per subire importanti e repentini shock di prezzo. Anche i timori di un rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve sono per ora tacitati dalla discesa dei prezzi di gas, petrolio e altre commodities. Un ribasso che rischia di non esaurirsi in un giorno e che determina quindi uno stabile effetto deflattivo. In questo scenario non v’è perciò al momento il rischio di inflazione e dunque nemmeno quello del pronosticato rialzo dei tassi americani, almeno sintantoché il Dollaro resterà forte. Se si immunizzano gli effetti opposti della progressiva svalutazione della divisa in cui sono espressi, sono forse i titoli azionari giapponesi quelli che potrebbero comportarsi meglio, dal momento che gli stimoli all’economia e gli investimenti infrastrutturali di Shinzo Abe daranno finalmente qualche effetto, insieme a ciò che egli ha promesso in campagna elettorale: una progressiva diminuzione delle tasse aziendali per i successivi due anni. Ciò dovrebbe accadere in Giappone con una certa probabilità anche perché di pari passo lo Yen è volutamente tenuto debole, per favorire le esportazioni e monetizzare sempre più il debito pubblico. A causa dei contrasti nord-sud dell’Europa e nonostante il Q.E. di Draghi abbia riscosso applausi a scena aperta, l’economia nel nostro continente non andrà invece molto meglio degli scorsi due anni, sebbene ci sia almeno un comparto -quello delle banche- che dovrebbe decisamente beneficiare dell’incremento di liquidità e degli acquisti di titoli da parte della B.C.E. Sul fronte opposto sono candidati a ulteriori ribassi i titoli e i corsi delle principali materie prime industriali, quelli dei Paesi Emergenti che ne esportano la maggior quantità, e i titoli obbligazionari con più basso Rating, a causa del prevedibile ritorno degli investitori a preferire
nel 2015 lidi più sicuri, in ragione del fatto che l’economia globale è indubbiamente più farcita
di debiti che non nel passato, senza contare il citato sentimento di diffuso di timore di nuovi
shock finanziari, che potrebbe riprodurre gli effetti del recente disastro del 2008. Nonostante ciò sia relativamente improbabile il solo fatto che ne esista il pericolo spinge gli investitori a cercare di rifuggire dai rischi e ad effettuare manovre conservative, auto-realizzando in parte le loro stesse aspettative. Questo stesso motivo, oltre a quelli strettamente geo-politici, fa pensare che le quotazioni dell’oro e di altri beni-rifugio potrebbero non si fermarsi ai livelli attuali, quantomeno per il fatto che esse sono computate contro Dollaro (che salirà ancora). Il combinato disposto di timori e prospettive potrebbe farne intorno alla fine dell’anno la vera protagonista tra le “asset class” d’elezione dei “Money Managers”, soprattutto se dovesse materializzarsi un’ulteriore caduta di fiducia verso i mercati finanziari periferici.

Stefano Di Tommaso
Stefano L. Di Tommaso

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