Mps, Massimo D’Alema e la vergogna a comando

Vincenzo De Bustis Figarola, Monte dei Paschi di Siena e Massimo D’Alema

Era una caratteristica del Monte dei Paschi. Comprare a scatola chiusa, senza due diligence, a cifre fuori dal normale.

E se lo dovrebbe ricordare anche Massimo D’Alema quando pubblicamente sostiene di vergognarsi del fatto che il suo partito non abbia permesso che vengano divulgati i nomi dei debitori insolventi della banca.

“Le risorse per l’occupazione giovanile sono 15 volte più basse di quelle usate per ricapitalizzare Mps.

Il Parlamento ha votato per non pubblicare le liste dei debitori, ricchi signori che non hanno restituito i soldi. Anche il mio partito, di cui ho la tessera in tasca, ha votato.

Provo un sentimento di vergogna”.

In realtà più che rovesciare le responsabilità del disastro Mps solo sui chi non ha onorato i crediti (sicuramente colpevoli), D’Alema dovrebbe ricordare anche come i dirigenti della banca da sempre vicini al Pd abbiamo distrutto con acquisizioni dissennate il patrimonio della banca.

E la prima fu proprio l’acquisto di Banca 121, la banca del Salento, nel cuore della Puglia, regno politico di D’Alema, pagata 2.500 miliardi, offrendo ben 300 milioni in più della concorrente Sanpaolo Imi, che ancora ringrazia. Un’offerta lampo chiusa in un paio di giorni che rivelò presto le truffe legate ai prodotti My way e For you, azzardate scommesse finanziarie spacciate per piani previdenziali.

E a guidare Banca 121 c’era Vincenzo De Bustis, noto per i suoi rapporti di amicizia con D’Alema e diventato poi amministratore delegato dello stesso Monte de Paschi.

La banca senese  invece era guidata da Divo Gronchi.

L’ultima acquisizione folle, non serve dirlo, è stata quella di Antonveneta, pagata circa 9 miliardi di euro.

Tratto da la Repubblica

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