Popolare di Bari, fidi milionari e spese allegre: quattro inchieste della procura

Le accuse dal 2010. Si parla anche di bilanci aggiustati. E la Guardia di finanza passa al setaccio tutti i documenti

Risalgono al 2010 le prime accuse, almeno quelle di cui si ha conoscenza, mosse dalla magistratura barese ai vertici della Banca Popolare di Bari che nel tempo si sono avvicendati nella gestione dell’istituto di credito. Un decennio di fidi milionari concessi senza garanzie, bilanci ‘aggiustati’, titoli a rischio venduti a ignari contribuenti, spesso pensionati che avevano deciso di investire i risparmi di una vita.

Tutte indagini, almeno quattro, sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Roberto Rossi.

L’ultima in ordine di tempo è quella che riguarda la sospetta operazione di rafforzamento del capitale, tentata ormai quasi un anno fa, con una emissione obbligazionaria da 30 milioni di euro – voluta dall’attuale amministratore delegato Vincenzo de Bustis – da far sottoscrivere ad una società maltese.

Operazione, risalente al periodo tra dicembre 2018 e marzo 2019, che non si è mai concretizzata e anzi ha gettato nuove ombre sulla gestione della banca.

In questa inchiesta c’è ancora tutto da accertare, mentre prosegue a ritmo serrato quella nell’ambito della quale alcune settimane fa la Procura di Bari ha notificato a De Bustis e altre 9 persone, tra le quali anche l’ex presidente Marco Jacobini, una proroga delle indagine per i reati di false comunicazioni sociali, falso in prospetto e ostacolo alle funzioni di vigilanza, oltre a una ipotesi di maltrattamenti su un ex dipendente (contestata ad uno dei figli di Jacobini, Luigi, che attualmente è vice direttore generale).

Questa inchiesta nasce proprio della denuncia di presunte condotte di mobbing da parte dell’ex dipendente, a sua volta denunciato dall’istituto di credito per estorsione.

Parte dell’indagine è stata archiviata nel marzo 2018 con riferimento all’ipotesi di una associazione per delinquere finalizzata a truffare i correntisti.

Gli accertamenti della Procura, delegati alla Guardia di Finanza e coordinati dai pm Lydia Giorgio e Federico Perrone Capano, sono invece andati avanti sulle restanti contestazioni.

Il sospetto degli inquirenti baresi è che la banca abbia comunicato alla Consob bilanci non del tutto veritieri e poco chiari, soprattutto con riferimento alla quantificazione dei crediti.

Agli atti dell’indagine c’è anche la vicenda dell’acquisizione di Banca Tercas.

Se non c’era una regia comune che aveva l’obiettivo di truffare i correntisti, ai vertici dell’istituto di credito sono state però state contestate singole condotte di presunti raggiri.

Come quello al centro dell’indagine, chiusa nei mesi scorsi, su una presunta truffa aggravata da 130 mila euro ai danni di una contribuente 84enne, che sarebbe stata commessa dieci anni fa in concorso da cinque persone, l’allora presidente del Cda, Marco Jacobini, l’ex direttore generale, oggi ad, Vincenzo De Bustis, l’allora amministratore delegato, Giorgio Papa e due funzionarie dell’istituto di credito, Alessandra Domenica Siletti e Alfonsa Zotti.

“Con artifizi e raggiri” e “profittando della particolare situazione di vulnerabilità” della 84enne, “l’avrebbero indotta ad acquistare prodotti finanziari ad elevata rischiosità” per 130mila euro, “così procurando alla Banca un ingiusto profitto con rilevante danno patrimoniale” della cliente, “determinato – si legge nell’imputazione – dalla svalutazione dei suddetti prodotti (svalutazione allo stato ancora in corso) e dalla impossibilità di monetizzarli, con conseguente incapacità della stessa di accedere ai propri risparmi di una vita”.

C’è poi l’inchiesta (nella quale i vertici BpB non risultano indagati) che a luglio ha portato i finanzieri ad eseguire perquisizioni nella sede della direzione generale della banca e che riguarda il fallimento di due società del gruppo Fusillo di Noci (Bari).

Le indagini della Guardia di Finanza, coordinate dal pm Lanfranco Marazia, “hanno consentito di far emergere il ruolo della Banca Popolare di Bari – spiegavano gli inquirenti – quale principale creditore delle imprese sottoposte a procedura concorsuale, risultate esposte con l’istituto di credito per una cifra di poco inferiore ai 140 milioni di euro, a seguito delle ingenti linee di credito elargite negli anni”.

La banca, cioè, nonostante fosse creditrice di oltre 100 milioni di euro, nel marzo 2019 avrebbe erogato in favore delle società in crac nuova finanza per circa 40 milioni di euro, rinunciando anche a più di 80 milioni di euro di crediti vantati.

Tratto da la Repubblica

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