Pop-Bari, dai «crac» milionari indagini sulla banca, decine di querele dagli azionisti

Il fascicolo principale su BpB ipotizza i reati di falso in bilancio e ostacolo alla vigilanza dopo l’acquisizione Tercas

Il fascicolo madre sui falsi in bilancio e l’ostacolo alla vigilanza, dove ci sono pure gli audio rubati in cui l’ex ad Vincenzo De Bustis dice che truccavano «persino i conti economici delle filiali».

Le decine di querele presentate dagli azionisti che hanno dato il via ad altrettanti procedimenti per truffa aggravata.

E poi le «segnalazioni per operazione sospetta» e la lettera della Consob del 10 dicembre, considerate per ora dei «modelli 45» conoscitivi.

Le indagini della Procura di Bari sulla Popolare sono una ragnatela di cui è impossibile, finora, misurare l’esatto diametro. Anche perché gli episodi nel mirino dell’accusa continuano ad aumentare.

Il procuratore aggiunto Roberto Rossi e il pm Lamberto Marazia stanno infatti esaminando le possibili responsabilità della Banca Popolare di Bari nel «crac» delle società di Vito Fusillo, l’imprenditore edile murgiano di cui la stessa Procura ha chiesto il fallimento nello scorso febbraio: a settembre sono crollate Fimco e Maiora group, il mese scorso la stessa sorte è toccata a Logistica Sud e Immobil Icon, a gennaio il Tribunale si pronuncerà sulla richiesta che riguarda Ambasciatori Immobiliare (che ha in pancia numerosi immobili di pregio nel centro di Bari).

Per il momento l’accusa ipotizza la bancarotta fraudolenta nei confronti dei quattro imprenditori, ma – valorizzando i contenuti di una informativa di giugno del Nucleo di polizia economico finanziaria della Finanza di Bari – sta indagando anche sul ruolo di BpB. Che – in maniera non dissimile da quanto avvenuto con Bnl per il caso di Ferrovie Sud-Est – potrebbe aver avuto responsabilità attraverso la concessione del credito che ha reso possibile le operazioni immobiliari.

Complessivamente il buco delle società riconducibili a Vito Fusillo potrebbe valere 400 milioni.

Dei rapporti tra BpB e le società Fimco-Maiora si è occupata anche la Banca d’Italia nelle sue ispezioni.

E la relazione che i commissari giudiziali del fallimento Fimco, l’avvocato Pino Pepe e il commercialista Franco Leo, hanno depositato in Tribunale, sono oscurate da molti «omissis» che coprono per comprensibili motivi le parti in cui si parla del ruolo della banca.

Ma non le considerazioni finali dei commissari in cui, prefigurando la difficoltà di esperire le azioni revocatorie necessarie a recuperare almeno parte dei 200 milioni di beni che sarebbero stati distratti prima del fallimento, i due professionisti si riservano di effettuare «la valutazione dei comportamenti e delle azioni poste in essere dalla Banca Popolare di Bari che hanno finito per creare una situazione di crisi».

In queste settimane i finanzieri, coordinati da Rossi e dal pm Federico Perrone Capano, hanno ascoltato numerosi testimoni tra cui anche dipendenti della banca.

Anche le loro dichiarazioni confluiscono nel fascicolo madre, quelle che ricostruisce quanto avvenuto in Bpb a partire dal 2013 con l’acquisizione di Tercas e i due aumenti di capitale, e con i bilanci che – per l’accusa – non sarebbero veritieri. È in questo contesto che la Procura – oltre ad aver ascoltato come testimone l’ex direttore generale della Consob, Angelo Apponi (nel frattempo deceduto), ha acquisito anche le varie relazioni di vigilanza di Bankitalia e le perizie degli esperti che sono alla base della determinazione del prezzo delle azioni della Bpb.

Le querele degli azionisti, invece, hanno un percorso parallelo.

In questo caso l’ipotesi è che i risparmiatori non siano stati correttamente «profilati» in base alle regole della Consob, che per la vendita di strumenti finanziari complessi prescrivono la preventiva valutazione del cliente allo scopo di verificare se ha la percezione del rischio dell’investimento.

La stessa Bankitalia, nella relazione resa a Consob e finita nel fascicolo madre, scrive che solo a una piccola parte dei clienti era stato attribuito il profilo corretto, soprattutto considerando che – secondo la Procura – quelle azioni della Bpb che oggi sono carta straccia già allora dovevano essere ritenute ad alto rischio.

Tratto da La Gazzetta del Mezzogiorno

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